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Il Conte di Moriana: uno studio storico-antropologico-paleopatologico

Venerdì, 5 Marzo 2021

La progettazione e l’elaborazione è frutto di una collaborazione interdisciplinare degli ambiti di ricerca – antropologia, storia, anatomia, istologia, paleopatologia, medicina legale, archeologia – che fanno capo al Centro per gli Studi Antropologici, Paleopatologici e Storici dei Popoli della Sardegna e del Mediterraneo, costituito nel 2014 (e riconosciuto dal Senato accademico) presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Sassari. 

La base di partenza sono stati i documenti storici e letterari reperiti in vari Archivi (tra Cagliari e Torino) relativi alla misteriosa morte del Conte di Moriana, avvenuta nel breve volgere di alcune ore nel 1802, all’età di 36 anni, il 28 ottobre del 1802 nel suo palazzo di Sassari.  L’interesse primario era quello di chiarire le ragioni della morte del conte, attribuita da diverse fonti a tre improbabili cause - per tempi, modalità della morte e periodo storico: peste, colera, malaria. Intorno a questo nucleo centrale e dallo scambio con altri ambiti di ricerca è nata l’idea di un approfondimento, reso possibile anche dal ritrovamento di un corposo fascicolo relativo alla morte del Conte di Moriana.

Grazie alla ricostruzione documentaria – effettuata per la prima volta - si è potuto ricostruire l’evento. Al ritorno da una processione, alcune ore dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua, portatogli da un valletto il principe aveva avuto un malore.  Quasi immediatamente si erano manifestati i sintomi di ‘uno spasmo convulsivo’.   I medici accorsi- i migliori della città, tra cui alcuni accademici della Facoltà di Medicina -  avevano tentato di tutto, con le armi spuntate di cui si disponeva al tempo: misture antispasmodiche, clisteri canforati ecc.- , ma inutilmente. Il principe era spirato.

Le circostanze della morte del conte di Moriana  concorrevano a dar corpo ai dubbi su una morte per veneficio, dato anche il clima politico: la famiglia reale era in esilio in Sardegna dal 1799,  per sfuggire alla ventata napoleonica. L’isola era attraversata in quel tempo da torbidi e ribellioni. In quel 1802, pochi mesi prima della morte del governatore di Sassari, c’era stato un tentativo rivoluzionario di un gruppo di  fuoriusciti sardi  in Corsica, avvenuta a giugno. Sbarcati in Gallura, i ribelli, guidati da un prete, Francesco Sanna Corda,  avevano proclamato  la Repubblica sarda e catturato  un bastimento postale,   impadronendosi delle torri di Longosardo, Vignola e Isola Rossa. Domata la rivolta, era seguita una spietata repressione ordinata dal vicere Carlo Felice, fratello del conte di Moriana. Uno dei capi della rivolta, il notaio cagliaritano Francesco Cilocco, catturato in Gallura, era stato portato a Sassari, ferito e sanguinante,  a dorso di mulo. Qui, dopo essere  stato torturato , aveva subito un  processo formale a cui era seguita la sentenza di  condanna a morte, eseguita il 30 agosto.  Il corpo martoriato del Cilocco era rimasto esposto per giorni in città, in modo da scoraggiare da ‘avventure’ i    giacobini sassaresi.  Il dubbio di una “trama” di questi ultimi era coltivato da re Vittorio Emanuele, fratello maggiore del Conte di Moriana, succeduto a Carlo Emanuele IV: nella corrispondenza privata si trova la lettera del re sabaudo a Carlo Felice in cui esprime il dubbio che il fratello fosse stato vittima di veleno, facendo riferimento anche ai possibili mandanti. Alcuni “giacobini sassaresi molto cattivi” tra cui uno speziale un  ‘apotecario’ (1) , come si diceva al tempo ( cfr.  Lettera di Vittorio Emanuele a Carlo Felice). 

Carlo Felice, tuttavia, lo rassicura: il loro fratello minore non era in buona salute e, anzi, dopo una malattia che lo aveva colpito alcuni anni prima, ‘era sempre stato soggetto a mal di testa molto frequenti, accompagnati da una pesantezza  e da un intorpidimento in tutte le membra e  sonnolenza  al mattino.  Carlo Felice si basava , tra l’altro, sulla dichiarazione  giurata dei medici ( 29 ottobre), che, dopo i rilievi fatti sul cadavere,  avevano affermato  che il  principe   era morto a causa delle ‘convulsioni  generali’ di cui soffriva da tempo.  La ricognizione era stata effettuata anche osservando i visceri  che,  come era d’uso per la Casa Savoia, in antico regime, erano stati estratti dal cadavere e deposi in una cassetta a parte.  I dati ritrovati nei documenti storici  circa la posizione delle casse  sono state confermate nel corso del restauro del  monumento funebre, eretto in suo onore ,   nel 1807,  su progetto del Centro , finanziato dalla Fondazione del Banco di Sardegna e in collaborazione con l’Ufficio Beni culturali della Diocesi  e l’autorizzazione della Soprintendenza

Il restauro felicemente concluso ha comportato  lo smontaggio degli elementi superiori e basamentali del lato destro della piramide, la revisioni dei pezzi smontati , la rimozione dall’alveo del muro  delle due  casse lignee , contenenti i resti del principe , ricollocati poi nella loro originaria posizione dopo la verifica  della deposizione da parte del gruppo di ricerca di cui fa parte il paleopatologo Gino Fornaciari, dell’università  Pisa, uno dei massimi esperti in Italia di  studi di mummie e scheletri dell’età moderna.   La riesumazione e lo studio bioarcheologico preliminare del corpo del Conte di Moriana sono stati effettuati nel novembre 2018.

Prima di procedere alla rimozione dello scheletro sono stati prelevati campioni di larve, cute mummificata, capelli, peli e unghie, oltre a frammenti di tessuto.

Eugenia Tognotti